Dati Trenitalia

Ho scritto un post sul mio blog personale ma lo riporto qui:

http://atrent.it/atrentwiki/doku.php?id=blog:posts:dati_trenitalia

a proposito dell’estrazione di dati da siti che altrimenti non offrirebbero informazioni facilmente raggiungibili…

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Spot yourself

Aggiornamento del 27 Marzo 2013: grazie al commento di Andrea segnalo che la pagina Spotted del Primo Levi di Seregno è stata eliminata. RIP.

Aggiornamento del 22 Marzo 2013: ho deciso di censurare i nomi riportati nei messaggi che cito, non aggiungono nulla e la loro mancanza non toglie nulla all’articolo. Rimangono i link ai messaggi originali in modo che il lettore possa verificare quanto ho scritto.

Grazie alla segnalazione di una persona che lavora presso l’Istituto Primo Levi di Seregno, scopro pochi giorni fa Spotted e la relativa pagina di quell’istituto.

Trovo noiosi questi cosi e molto più che noiose le robe che vi si leggono, ma sono curioso come una biscia e sono andato a sbirciare per capire cos’è e come funziona.

Cos’è Spotted

È una applicazione Facebook che qualsiasi utente iscritto può utilizzare per aprire una pagina web, una bacheca virtuale, sulla quale altri utenti Facebook possono chiedere venga pubblicato un loro messaggio.

La bacheca Spotted presenta – oltre ai messaggi pubblicati in ordine cronologico – un apposito riquadro nel quale qualsiasi utente può scrivere il proprio messaggio e inviarlo per la pubblicazione: se uno dei moderatori della pagina approva il messaggio, questo viene pubblicato in forma anonima.

Il regolamento

Ciascun messaggio deve essere approvato da uno dei moderatori e i criteri per accettare o respingere il messaggio sono specificati nel regolamento della pagina: quello della pagina Spotted del Primo Levi di Seregno recita:

Le pagine SPOTTED sono delle bacheche per segnalare e rendere pubbliche dichiarazioni d’amore, colpi di fulmine o magari per esprimere astio verso un vicino di banco fastidioso. SCRIVICI UN MESSAGGIO E SARÁ POSTATO IN BACHECA IN MODO DEL TUTTO ANONIMO:)

e ancora:

1. Inviate per posta SOLO ed ESCLUSIVAMENTE messaggi che richiedono ANONIMATO (ovviamente potrete firmarvi, ma non con il vostro vero nome!).

[OMISSIS]

5. Messaggi altamente OFFENSIVI, ovviamente, non saranno oggetto di pubblicazione.

Leggendo a campione pagine Spotted trovate su Internet il senso è sempre quello: lo scopo è quello di flirtare o di esprimere giudizi poco lusinghieri, purché venga rispettato l’anonimato sia del mittente che – aggiungo io anche se non è scritto esattamente con queste parole – del destinatario del messaggio.

Il senso insomma dovrebbe essere che le persone a cui ci si riferisce siano vagamente riconoscibili dai frequentatori della scuola – o di qualsiasi altro luogo oggetto della pagina Spotted – ma perfettamente ignoti al resto del mondo che non bazzica di persona l’ambiente, tipo:

“alle ragazze del secondo piano:si potete anche tirarvela un po di meno visto che la figa non ce l avete d oro :’)”

Pareti dei cessi, virtuali

A leggere interventi stile quello citato sopra mi vengono in mente certe scritte col pennarello indelebile che leggevo sulle pareti dei cessi della scuola che frequentavo.

La differenza è che per leggere certe perle di saggezza occorreva entrarci in quei cessi, e il ricordo di quelle frasi o l’eventuale risatina divertita – per quelle che meritavano – durava il tempo di un bisognino.

Altro che le pareti dei cessi

Le pagine Spotted, invece, sono bacheche pubblicate su Internet con migliaia di potenziali visitatori: in qualsiasi motore di ricerca basta scrivere “Spotted” seguito dal nome di un istituto (università, biblioteca, ecc.) e dalla città, per vedere se esiste tale pagina.

Altro che scritte sulle pareti dei cessi quindi: è come se quei messaggi fossero scritti su una bacheca della scuola e quella bacheca esposta al pubblico di fianco all’ingresso principale, una bacheca con uno spazio virtualmente illimitato per giunta, per un tempo virtualmente illimitato.

Censurare Spotted: mai!

Ovviamente non c’è nulla di male in tutto questo: lungi da me voler fare il trombone e scandalizzarmi per un po’ di sana libidine o liberatoria volgarità orgogliosamente ostentata a tout le monde via Internet.

Considero anche questa libertà di espressione – anche se di cattivo gusto – e mi batterò sempre e ad ogni costo affinché nulla su Internet sia censurato da qualsivoglia autorità, fermo restando che:

  1. una sana autocensura migliora l’ambiente che ci circonda
  2. sono sempre applicabili le leggi penali e civili in merito a diffamazione, vilipendio e reati analoghi (modulo regimi autoritari oppressivi, ma non è questo il caso)

Peccato che

Peccato che la pagina Spotted del Primo Levi di Seregno sia piena di cognomi di professori. E non solo per far loro i compimenti (anzi di complimenti non ne trovo proprio) ma per messaggi tipo:

Big up alla [omissis] che ha finalmente capito di levarsi dai coglioni. Un saluto dalle tue ex alunne di 1B

o ancora

Ma sta [omissis] di merda non poteva sbatterla più forte la testa ???? Ma almeno si facesse meno lampade che oltre a sembrare un travione lampadato le fanno male alla testa !

e

Seriamente ragazzi, troviamo una qualsiasi fonte di piacere per la [omissis]!

Avviso: nel caso qualcuno facesse sparire i messaggi, ho una copia della pagina aggiornata ad oggi (siete su Internet, bellezze).

Chissà con quale criterio gli amministratori di quella pagina lasciano passare i cognomi dei professori mentre – immagino io – bloccano o cancellano i nomi dei loro compagni: secondo me proprio non si rendono conto di quello che fanno.

Inconsapevolezza allo sbaraglio

Altro che anonimato: la cosa che mi fa letteralmente scompisciare dalle risate è che tutti i “Like” e i commenti lasciati in bacheca sono associati ai relativi profili Facebook, che quasi sempre corrispondono a un nome e cognome (dell’alunno?): ho il sospetto che anche quelle persone non si rendano conto di quello che fanno.

Per essere precisi: i nomi di chi inserisce commenti sono visibili anche ai non iscritti a Facebook, mentre i nomi di coloro a cui piace il messaggio sono visibili solo a chi è iscritto a Facebook… solo a qualche milione di utenti insomma.

Così capita di leggere messaggi tipo questo:

“chi conosce un buon psicanalista per la nostra odiata [omissis] ??! …
(voglio fumare in pace )”

con sotto i nomi e cognomi di 41 persone – tutti alunni di quella professoressa? – a cui piace quel messaggio; oppure peggio:

“portiamo dei calmanti alla [omissis] che è un po’ sclerata in questi mesi”

[omissis]

Nome e Cognome: Se le servirebbe davvero, le pagherei il gigolò! Almeno si calma sta sclerata.

Ho pensato a lungo se pubblicare o meno il nome e cognome di chi ha fatto quel commento:  ho deciso che se volete potete verificarlo voi stessi.

“Se le servirebbe davvero”… chissà se è un refuso o “se i congiuntivi le servirebbero imparati meglio”.

Spot yourself

To spot significa letteralmente

to see or notice someone or something, usually because you are looking hard

da cui il nome delle bacheche “Spotted”: ti ho notato, ho cognizione che tu ci sei (e ti esprimo il mio pensiero).

Ecco ragazzi, anche io vi ho notati – d’altronde come illustrato vi esprimete pubblicamente – e mi sono preso la libertà di esprimervi il mio pensiero in modo forse un po’ troppo articolato rispetto al vostro standard.

Ne approfitto e colgo qui l’occasione per invitare i moderatori e gli utilizzatori di tutte le bacheche Spotted – e di strumenti analoghi di comunicazione – a un minimo di introspezione: please spot yourself.

Forse cercandovi noterete che le regole che vi siete dati rappresentato una decente – seppur minimale – Netiquette che aiuta a vivere meglio la propria ed altrui esistenza digitale.

Forse vi renderete conto che l’analfabetismo digitale nuoce gravemente alla vostra esistenza digitale e a quella di tutti coloro che vi circondano, purtroppo anche a coloro che un’esistenza digitale non ce l’hanno per scelta o per impossibilità; e in alcuni casi potreste farvi male o peggio fare male ad altri.

Se lo sforzo fosse per voi eccessivo potreste sempre decidere di tornare a scrivere sulle pareti dei cessi.

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Altri giorni altri occhi(ali)

Al liceo ero un avido lettore di fantascienza.
Oggi la fantascienza è stata uccisa.
Dal fantasy.
Ma non è di questo che vi voglio parlare.

Uno dei miei autori preferiti, oltre ai classici naturalmente, era il famoso ma ben poco noto (lo so, è un ossimoro) Bob Shaw.
Preferiti perché aveva (è morto nel 1996) un modo pulito di scrivere e i suoi schemi erano relativamente semplici, ma molto stimolanti e intelligenti.
Di solito la storia aveva un singolo protagonista e il tutto si svolgeva in un contesto dominato da una qualche invenzione fantascientifica (appunto) che condizionava le vite di tutti e in particolare di quella del protagonista. Ad esempio l’antigravità (Vertigo), un sistema un po’ erratico per navigare nell’iperspazio (Il cieco del non-spazio), l’immortalità (Un milione di domani), etc.

Uno dei suoi più noti romanzi, nato dall’unione di tre racconti, è “Altri Giorni Altri Occhi” del 1972.
Perché lo cito qui?
Perché trovo che sia una delle più azzeccate previsioni del futuro che io abbia mai letto.
Non in termini di tecnologia (infatti non ci ha azzeccato per nulla), ma in termini di conseguenze di una tecnologia.

Il nucleo del libro è raccontabile in breve: l’invenzione che condiziona il romanzo è il cosiddetto “vetro lento”, un particolare tipo di vetro in cui la luce non viaggia alla velocità della luce, ma ad una velocità enormemente inferiore. Nota bene: la luce viaggia alla velocità della luce solo nel vuoto, negli altri mezzi è più lenta, ma di poco. Il vetro lento invece “trattiene” – senza distorsioni, cioè senza perdere informazione – la luce per molto tempo, ad esempio potreste prendere una lastra di vetro lento, starci davanti per qualche secondo, girarlo di 180 gradi e vedervi apparire poco dopo. Man mano che si avanza nel libro il vetro viene sempre più perfezionato fino ad ottenere vetri anche sottilissimi con tempi di attraversamento lunghissimi (anche di anni). Con più o meno ovvie conseguenze: è possibile creare lampioni usando semplici pezzi di vetro lento con periodo 12 ore (di giorno assorbono la luce solare, di notte la rilasciano dall’altra parte), si possono commercializzare paesaggi semplicemente esponendo lastre di vetro su un bel panorama per qualche mese per poi venderle come pannelli da muro a chi sta in città. e via così.

Bello, voi direte. Sarebbe “fichissimo” averlo. Già, quasi.

Il fatto è che il perfezionamento del vetro si spinge così in avanti che verso la fine del libro riescono ad ottenere vetro lentissimo e sottilissimo nonchè un meccanismo per estrarre le informazioni a comando (pilotando, se non ricordo male mediante campi elettromagnetici, la velocità di propagazione della luce all’interno del vetro). Questo permette la creazione di scaglie di vetro lento microsocopiche che, come viene raccontato nelle ultime pagine del libro, vengono sparpagliate a miliardi su tutta la terra… capite dove si va a parare?
Le ultime frasi del libro descrivono un nuovo mondo che sta per nascere, un mondo senza privacy.
Infatti in questo mondo pervaso da scaglie microscopiche di vetro lento è pressochè impossibile trovare (o creare, tentando una “disinfezione”) un ambiente perfettamente pulito, completamente privo di scaglie.
Ergo, qualunque avvenimento, ovunque accada, verrà catturato con altissima probabilità da qualche scaglia di vetro lento e sarà facilissimo per chiunque raccogliere quelle scaglie ed estrarre le informazioni.

Il mondo senza privacy in realtà è già qui: i pezzetti di vetro lento sono già tra noi.

Telecamere ovunque, provider telefonici che sanno dove siamo in ogni momento, app che raccolgono dati su di noi (o che spesso noi stessi forniamo loro più o meno inconsapevolmente) e, ultimo ma non meno importante, periferiche come i Google Glasses, device indossabili, oggi chiaramente visibili ma domani non si sa, che  raccolgono immagini e suoni in maniera totalmente capillare.

Non dico che queste cose sono “Il Male” (TM), ci mancherebbe, non faccio crociate contro la tecnologia, sono anch’io un tecnofilo (tecnocrate?), ma mi faccio (tante) domande:

  • chi controlla queste tecnologie?
  • l’utente può partecipare a questo controllo?
  • chi controlla i controllori?
  • chi immagazzina i dati? dove? per quanto tempo?
  • di chi sono questi dati?
  • a che leggi sottostanno?

Facciamoci tutti domande di questo genere e vivremo meglio.

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